6 - Il giuoco delle tre carte

     Ciccino, detto il manolesta, aveva due amici fidati, conosciuti nel collegio di piazza Alberto Lupo a Catania. In quella piazza c'era il vecchio carcere della città. Vecchio lo si disse dopo che venne costruito quello nuovo di via Ipogeo.

C'era veramente bisogno di un carcere nuovo a Catania perché, col crescere della popolazione a causa dell'immigrazione dai paesi della provincia, aumentava proporzionalmente anche la quota delinquenziale che in Sicilia non ha mai difettato.

Non solo della manovalanza affiliata alle organizzazioni che ben conosciamo, ma anche di quell’altra, più vasta e pericolosa, composta da quegl’individui spocchiosi che impostavano la propria vita in base al criterio della lunghezza e non della profondità. Esperti nella capacità di infinocchiare il proprio prossimo. Quando il prossimo è infinocchiabile.

E Purtroppo ci riuscivano – e ci riescono spesso - perché, anche in terra di spocchia, di pacchiotti (fessacchiotti) ce ne sono tanti!

Ciccino era di quelli che buttavano la triaca di fuori (detto di personaggi spavaldi) e i suoi due fedeli amici, Pippu 'u tignusu (da tigna = calvo) e Cola da' Barrera (Barriera, quartiere di Catania), si sentivano anche loro triacosi.

Questa Triade insulare - per distinguerla da quella solare - non sapendo come sbarcare il lunario quando stavano col sedere per terra ( privi di mezzi economici), con la speranza di mettere insieme pranzo e cena si armava di una artigianale banchitta (banchetto richiudibile), di tre carte napoletane con simboli diversi: re, cavallo e fimmina e si appostava alla fera (mercato) di piazza del Carmine, all'angolo con la via Grotte bianche.

Ciccino manolesta muoveva le carte con maestria; in questo stava l’origine del suo soprannome. Le muoveva con tale abile celerità che diventava veramente difficile seguirlo nei rapidi movimenti che finivano con lasciare, sul piano della banchitta, le tre carte capovolte, tanto, da non poterne vedere le figure.

Intorno alla banchitta si radunava gente: passanti sprovveduti in genere, che scommettevano soldi nella speranza di individuare la carta con la donna. Intorno alla banchitta si formava un gruppo di curiosi che venivano attirati al gioco dai compari di Ciccino, Pippo e Cola, i quali scommettevano, sulla parola, biglietti di grosso taglio. Poi, mentre si mostravano impegnati a cercare i soldi nelle tasche, facevano finta di distrarsi, mentre Ciccino spostava la carta a loro insaputa. Quando questi compari, d’accordo col caporione, posavano i soldi sulla carta, per convalidare la scommessa, Ciccino la girava per farla vedere ma la carta non era più quella scelta. Qualcuno dei presenti, pacchiotti nati e pasciuti, pensando di essere più furbi, dal momento che avevano visto il cambio della carta, si facevano irretire nel gioco, perdendo ingenti somme.

Un altro trucco consisteva nel far vedere com’era facile vincere grosse somme di danaro per poi incastrare il malcapitato pacchiotto, invitandolo a bloccare la carta con una mano:

“Ci mittissi ‘n’à man ‘n’minutu, mentri pigghiu‘i sordi ‘nta sacchetta!”

Quelli che erano meno pacchiotti e altri che stavano solo a guardare senza partecipare al gioco, compresi i ragazzini, venivano allontanati dai compari con piccole spinte o mettendoglisi davanti per ostruirne la vista.

In realtà i compari erano affiancati da altri tre o quattro personaggi. Uno fungeva da palo, all'angolo della via opposta, in caso giungessero gli sbirri, mentre altri si alternavano fra loro per non dare a vedere che erano sempre gli stessi a puntare sulla carta vincente.

Una buona percentuale di pacchiotti che ci cascavano non erano di Catania ma venivano in città, dai paesi vicini, per fare acquisti, magari in occasione di una prossima festività o di un matrimonio. Altre volte per andare a bagnare il pizzo in via delle Finanze. Magari erano contadini da' Mascalucia, Viddani 'da chiana (contadini della piana), Sirausani, Bruntisi, Malpassoti. Campagnoli ‘de Giarri, pacchiotti calati ‘de Mungiuffi; Peppi Nappa, Sucasimmula, Picurari di Rannazzu, Critari di Cartairuni, Babbazzi di Sirausa, Funtaneri ‘di paisi, Babbiuni, ‘Mmuccalapuni, Babbalecchi, Conzaossa, Arriminapagghiari, Friscalittari, Arricogghimunnizza, Sconzajocu, e tanti altri ancora, definiti con una sola parola Pacchiotti.

I catanesi nati a Catania, amano pensare che i pacchiotti vengano solitamente da altri paesi e che nessuno di loro lo sia, mentre la storia insegna, per chi la conosce, che di pacchiotti a Catania ce ne sono stati tanti e continuano ancora ad esserci.

Chissà perché, a Catania, l’intelligenza debba essere considerata meno forte della furbizia.

Perché chi nasceva a Catania era furbo, tanto furbo che si sentiva il più furbo dei furbi.

Ma tutti gli altri, che Catanesi non erano, cantavano in coro:

Ucca ca s'avanta, cachici !

E in realtà, ancora oggi, molti Catanesi soffrono di gengivite e forti dolori di stomaco. Ma si tratta del loro destino.

 Arraffuni!

  

 E’ stato un gran piacere!

Salvo Cansone, per gli amici di origine siciliana e…. brembana.