4 - Melo il pisciaro, i suoi amici e il suo pesce

La bancarella di Melo 'u pisciaru (il pescivendolo), l’abbiamo detto prima, stava di fronte a quella della moglie Jana. Quella posizione gli consentiva di avere la moglie sotto controllo, durante l’intera giornata.

Il controllo era d'obbligo, non perché Jana avesse bisogno d’essere controllata ma perché, per tradizione, era giusto che fosse così! Si sa mai che succedesse qualcosa di inusuale e che il marito potesse essere additato dalla gente come distratto per sua stessa inadempienza o superficialità.

Chi è causa dei propri mali pianga se stesso!

Ca ‘nta corda gruppa gruppa ci va ‘nto menzu cu’ non’ ci cuppa!

 

Melo svolgeva egregiamente, con convinzione e capacità, questo suo ruolo di controllore. A forza di svolgerlo era quasi diventato strabico dovendo controllare con un occhio la moglie e con l'altro la bancarella e la bilancia.

Jana era stata sempre fedele a suo marito La sua era, si fa per dire, una buttanaggine di casa (già dal 1960 erano state scoperte le differenti tipologie di buttanaggine. Quella cosiddetta di casa, si esercitava con il proprio marito all’interno della propria abitazione).

Le cose non potevano essere che due: o moglie o…Jana!

Anche Melo non aveva interessi extraconiugali, tranne una volta al mese quando usciva con Tano il chiancheri (macellaio) e Vito 'u firraru (fabbro). Il primo sabato di ogni mese, i tre amici andavano a mangiare nella trattoria di Tanu 'u porcu e di sua moglie ‘Nzina ‘a caiorda (lurida), a Picanello di Catania.

La trattoria-bettola di Tanu 'u porcu non aveva nome ma tutti la sapevunu sentiri “'nta ‘za 'nZina” (la chiamavano “Dalla zia ‘nzina-Vincenzina) e si mormorava in giro che durante le cene, se uno c'era andato con un cane o con un gatto, quel cane o quel gatto scomparivano e non si ritrovavano più. Il sapore della carne in effetti, era un po' strano dalla ‘za ‘Nzina, però la triaca (i fagioli), come la cucinava lei, non la cucinava nessuno in tutta la città.

Si racconta anche che una volta, alcuni forestieri, in quella trattoria, v'erano andati a mangiare e che, alla fine del pasto, avevano chiesto una ricevuta da esibire poi a chi non so, e che Tano ‘u porcu aveva risposto:

“'Na ricivuta?! E chi è cosa da mangiare è ?”

 

 “No” -disse uno dei forestieri sfottendo - “Cosa da scrivere è; da scrivere su una carta intestata!”

E Tano: “Ma ccà nuatri, figghiuzzu miu, sulu a carta uliata avemu e 'nta carta uliata non si po' scriviri c’ò labisi.”

Quelli fecero a meno della ricevuta, ma un vicino di tavolo, originario dell’Ognina, gridò a Tano:

 

“Scrivicillu 'nta seggia ca poi ‘u scancellunu c’ò' culu!”

(scriviglielo sulla sedia che dopo lo cancellano col sedere)

 

Tutti i commensali si misero a ridere: gran risate e ammiccamenti. Anche i forestieri ridevano ma un po' meno allegramente perché non capirono per intero la battuta.

Dopo la cena, come d'abitudine, Melo, Tano e Vito andavano a fimmini (donne). Salivano sulla 600 verdolina, guidata a zig zag da Vito per via del litro e mezzo di vino che si era bevuto a tavola: diciassette gradi, zona Solicchiata, Comune di Linguaglossa.

     Andare a fimmini, in quegli anni, significava scendere da Picanello, percorrere il Corso delle Provincie per arrivare in Viale Libertà e girare a destra in Piazza Jolanda. Percorrere la via Ventimiglia, superare la via tipografo, mangiare, scendendo a destra, due crispeddi della rosticceria Stella, in direzione del carcere vecchio di Piazza Lupo; svoltare a destra in di via Antonino di Sangiuliano, posteggiare l’auto e percorrere a piedi l’ultimo tratto del viaggio.

Si arrivava in Via delle Finanze.

Così chiamata perché alla fine della via che sbucava in Piazza Teatro Massimo, c'era l'edificio del Ministero delle Finanze.

E che finanze di tette al sole, culi larghi e bocche rosse!

Anche la via Di Prima e via Pastore si trovavano nel quartiere di San Berillo vecchio ed erano, in parte anch’esse, vie del piacere.

In termini di buttani, negli anni ’60, in via Pastore esercitava per poche lire al colpo, la mitica Maria coscilordi (cosce sporche). No! La poverina sicuramente si lavava, ma forse la chiamavano così per via …degli odori.

C’era poi la bolognese che non veniva da Bologna ma che dell’Emilia Romagna ne conosceva… la lingua.

Bisognava stare attenti con Pinuzza ntrallazzu (imbroglio), per via della sua specialità: quella di allungare le mani, durante la prestazione, per alleggerire il portafoglio del cliente.

Cetty roccherollo (rock and roll), doveva il proprio soprannome al fatto di essere stata da ragazza negli Stati Uniti e principalmente per l’abitudine di mettere sul giradischi, durante il servizio, quel tipo di musica. Cetty si muoveva alla perfezione, completando la propria perfomance a tempo di musica, nello spazio del brano musicale. Veloce e unica nel movimento…almeno così si diceva.

Abballati, abballati, fimmini schetti e maritati.

Senza dimenticare che Il tempo è denaro!

 

Melo, Tano e Vito andavano là perché era quello il luogo maschile per eccellenza. Le moglie, quasi certamente sapevano, ma stavano zitte. Qualcuno avrebbe detto che stavano al loro posto, perché comprendevano l’esigenza e l’origine araba dei loro uomini. D’altra parte la morale a cui erano state educate, o meglio diseducate, non consentiva loro di mostrarsi generose in prestazioni supplementari a quelle di rito, imposte dalla pudicizia.

Non si giravano e non si abbassavano,

si piegavano poco e non erano brave a fingere.

Ma il problema era anche quello che a quel tempo bisognava, per virtù o necessità attaccari ‘u sceccu unni voli ‘u patruni!

Jana, pur sapendolo o solo immaginandolo non si lamentava di niente perché suo marito, da un certo punto di vista, non le faceva mancare mai nulla.

A causa della propria indole e maggiormente per via del suo mestiere, Melo stava sempre con il pesce in mano e Jana lo assecondava, preparandoglielo in maniera diversa tutte le sere: fritto, arrosto, in salamoia, all'acqua di mare, impanato, freddo d'estate e caldo d'inverno, servito a tavola o sul terrazzo.

Anche a voler pensare, come s’è detto, che Jana, in fatto di uomini, potesse avere interessi esterni al proprio domicilio, si sarebbe fatto uno sbaglio, perché, anche volendolo, non avrebbe avuto tempo, impegnata com’era al mercato e in casa.

Infatti, Melo il pisciaro, conoscendo bene l’indole calorica della moglie, non perdeva mai tempo in chiacchere e tutte le occasioni erano buone per squamare il pesce che Jana sapeva bene come cucinare.

Altra cosa importante era che Jana, pur sapendo delle serate di Melo e dei suoi amici non voleva creare problemi con scenate di gelosia e quant’altro.

All’epoca tale atteggiamento si chiamava Prudenza.

Raccomandato anche dai preti e dalle madri.

Melo non perse mai gli amici perché non c’erano fra loro problemi di denaro o di donne a legittimare il proverbio:

P’è fimmini e p’è sordi si perdunu l'amici

Dividevano alla romana la spesa della rituale cena mensile; ognuno aveva la sua donna e nessuno di loro guardava mai quella degli altri…se non con gli occhi della mente.

 Da ciò si intuisce che il comandamento “Non desiderare la donna d’altri”, serve unicamente a mantenere salda l’amicizia!