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Il Monte Gebel

 

 

La Storia

Il Monte Gebel è un’opera fantastica liberamente ispirata al mondo epico e figurativo senza particolari riferimenti storici e letterari. Appaiono invece più marcati, nella trattazione di luoghi e temi cari alle mie origini isolane, i riferimenti geografici e culturali.

 

L’ipotesi iniziale prevedeva solamente una ricerca figurativa volta a privilegiare i contenuti tipici dell’iconografia epico-popolare siciliana, utile a produrre un’unica opera pittorica, cui diedi, alla fine, un titolo apparentemente retorico: “Il Conte Guiscardo D’Alamanno combatte gli Infedeli presso il Monte Gebel” (Tempera su tela di cm.80x80 del 1982). Un’opera ricca di decorativismo e assai vicina al mondo dei Pupi siciliani.

 

Quando si crea non si è più figli di se stessi ma di un Dio maggiore; sarebbe ingrato e banale che la fantasia, da sola, si prendesse tutto il merito dell’atto creativo. Esiste un disegno e un progetto interiore in-cosciente che conduce in luoghi inesplorati o dimenticati. Nel mio caso mi aveva fatto comporre, sul quadro, due curiosi elementi: un cavaliere armato di una strana lancia a forma di matita appuntita e un fiammeggiante cono dell’Etna con le sembianze di un edificio moderno.

 

Notai, quindi, che la matita si era trasformata in un’arma e pensai anche che le passioni degli uomini esplodono  all’interno delle case, fiammeggiando proprio come un vulcano. Mi convinsi, così, che il lungo titolo, ricco di enfasi, che avevo dato a quel quadro, racchiudeva, in realtà, un vasto e chiarissimo, ben definito programma di lavoro. Cosi, poco alla volta, nel chiuso di me stesso, Il Monte Gebel si è arricchito di immagini e contenuti in uno spontaneo crescendo di intuizioni interiori e tensione creativa che mi hanno soggiogato per un lungo periodo di anni.

 

Durante questo tempo, lavorando sul ricordo della mia terra, ho rigenerato un albero mettendone quasi a nudo le radici. Ho potato alcuni rami, creandovi spazio all’interno, perché il sole rinvigorisse quelli ammalati. Ho sparso letame fresco sull’arido e ho scavato un nuovo solco per condurre acqua pulita.

Ho chiamato Gebel quest’albero, affidandogli il compito di testimoniare, da lontano, la mia appartenenza geografica e le origini della mia cultura.

Con l’unico desiderio di poterlo trapiantare, un giorno, nella terra che lo ha ispirato.

     

Il Testo

Il Monte Gebel non è un romanzo e di conseguenza non vi si sviluppa, al suo interno, un’unica trama narrativa che colleghi, di continuo, i vari personaggi e le vicende narrate. Si tratta, invece, del racconto di piccoli frammenti di realtà umane, appartenenti a singoli individui, narrate al fine di rappresentare specifiche categorie di individui. Un fantastico mosaico, epico e figurativo, ricco di sentimenti e passioni, di ansie e paure, per uomini che non riescono ad essere sempre padroni del proprio destino, perché strumenti, a volte, delle forze del bene e quelle del male. Pedine, loro malgrado, in un gioco soprannaturale. Il testo scritto per Il Monte Gebel è in realtà una composita e libera varietà di prosa e poesia; il lettore, se vuole, può anche ricomporlo, a suo piacimento, per inventarsi una trama tutta propria ma che sicuramente non sarà mai quella giusta.

 

L’uso della parola scritta non era previsto nell’ipotesi iniziale del mio lavoro ma ciò si è reso necessario per quelle parti in cui il linguaggio figurativo, da solo, appariva inefficace per descrivere alcuni particolari stati d’animo dei personaggi. Il testo, inoltre, si è assunto il duplice compito di amalgamare tutta la parte iconografica e di fornire alcune chiavi di lettura, là dove, nell’opera figurativa, il marcato simbolismo poteva indurre ad un’errata o difficile interpretazione. Vedi, ad esempio, l’opera Gli Addii nel brano Zamir-Ased, o quelle inserite nel brano La Morte.

 

La parola è musica e Il Monte Gebel è stato scritto per essere ascoltato. Se fosse stato composto di sole immagini avrei perso il gusto del raccontare; avrei mancato nei confronti di tutti quelli che, nelle piazze, hanno raccontato gesta d’eroi col virtuosismo del fine dicitore, con l’eloquenza furbesca che ammalia e trasporta: quella che fa sognare terre lontane e che dà senso della realtà alle favole, anche se per pochi istanti.

Io mi sono lasciato affascinare dalle parole fidandomi, del loro suono, legandole fra loro come fossero note, scegliendo quelle più evocative e descrittive: La Fine Essenza di Purità – Fragile vitrea- I Maestri inviolabili …

Ho anche giocato con esse, creando assonanze risicate e accostamenti figurativi:

                      Agramante = agro – amante

                                           Agro = agrume

                                                      Agrume = Lentini:

                                                                      Agramante da Lentini

Oppure, la vanità di identificarmi nell’eroe protagonista, dal momento che sono nato a Lentini, che mi piace essere amaro, che vorrei essere amante ?

Così è stato costruito Il Gebel, con tali dubbi e incertezze, che solo quel Dio maggiore, di cui parlavo prima, ha potuto rendere accettabili e significativi.

Nel testo alcune descrizioni possono apparire esageratamente permissive e violente e ingenerare erroneamente conflitti di Fede o di morale. Si tratta, invece, soltanto di “citazioni” molto care alla fantasia popolare e molto utili, nel mio caso, per descrivere e fare emergere i travagli interiori di alcuni personaggi. Del resto Il Monte Gebel non è un’opera didattica, né ideologica, ma solo la narrazione di un sogno, fatto ad occhi aperti. Anche un piacevole gioco letterario, perché nessuna ambizione “da scrittore” mi ha mai posseduto.

Alcuni luoghi, descritti nel testo, sono esistenti in Sicilia; fantastici i personaggi e i fatti, ad eccezione di quelli riportati nel brano Il martirio dei Santi, il cui racconto delle torture subite è ancora vivo nella religiosità popolare: la loro descrizione è desunta da pubblicazioni confessionali, antiche e recenti.

 

 

L ’opera figurativa

Le opere pittoriche, plastiche e grafiche, inserite nel volume, vivono di vita propria e singolarmente. In alcuni casi sono state prodotte anteriormente al testo che le descrive, in altri sono state create espressamente per illustrarlo. A volte le due operazioni si sono accavallate, perché nuovi elementi creativi suggerivano aggiustamenti e ritocchi dall’una o dall’altra parte.

 

Tutta l’opera figurativa prodotta per Il Monte Gebel rappresenta, comunque, lo sforzo di una personale ricerca. Sperimentale, sul piano formale e tecnico: bisognava che le opere apparissero oniriche e suggestive, per non tradire l’ipotesi iniziale del sogno; in altre parole, che la storia del Gebel sembrasse frutto di una visione notturna. Ho lasciato, quindi, che le immagini affluissero liberamente dal “mio” profondo senza porre nessun tipo di divieto alla mia immaginazione. Durante il tempo che ho dedicato a questo lavoro, mi si è sviluppata dentro un’emotività passionale, artistica ed esistenziale che mi ha stregato piacevolmente. Tanto da sentirne, ancora oggi, l’utilità e i benefici.

Credo, che per tale motivo e metodo di lavoro, debba essere tanta la mia gratitudine al Surrealismo: un primo amore sempre frequentato e mai dimenticato.

Ma se “l’intuizione” è stata surreale - la stesura compositiva, l’impatto visivo, il rigore formale, il linguaggio plastico e cromatico, e per l’uso dei materiali appropriati a tali linguaggi - è stato antico: un’estasi mai sopita mi dà, ancora, la Classicità; non come triste emulazione del passato, ma come immenso patrimonio, storico e didattico, da rivisitare, contro la precarietà e l’approssimazione del quotidiano. Con umiltà ho, infatti, ripreso gli studi classici e la sperimentazione delle tecniche tradizionali. Per ogni singola opera sono stati necessari progetti e versioni differenti, la maggior parte di questa produzione non è stata inserita nel volume e il corpo complessivo, di tutta l’opera figurativa, ammonta a circa 40 opere di pittura e scultura e 70 fra disegni, studi e progetti.

 

L’opera iniziale: Il Conte Guiscardo D’Alamanno combatte gli Infedeli presso il Monte Gebel, che aveva ispirato tutto il Gebel, mi è apparsa casuale, ad una postuma valutazione e priva di quelle novità che la ricerca aveva suggerito durante il lavoro. E’ stata ridipinta, in un formato più appropriato, arricchita di nuovi elementi, quali la vista della costa siciliana, le isole Eolie, le Gole di Alcantara e impreziosita dai contenuti espressi nel brano finale La battaglia.

La realizzazione delle opere ha richiesto alcuni anni di lavoro e l’ordine, con cui esse sono state inserite nel testo, non è cronologico rispetto ai tempi di esecuzione, questo può causare una lettura stilistica difficoltosa. Più esatto è un ordine che anteponga le opere più grafiche e decorative a quelle più complesse sul piano formale e compositivo.

Nel caso in cui, nonostante la mia precisazione, il complesso delle opere figurative, risultasse ancora carente o privo di coerenza stilistica, suggerirei di valutare ogni singola opera, o gruppi di opere, come sperimentazione, sul piano formale, con problematiche specifiche e settoriali. Convinto, come sono, che una ricerca, per dirsi realmente tale debba portare argomenti e soluzioni diverse ad ogni nuova fatica e l’atto del ricercare è, di per se stesso, un atto di modestia e di coraggio.

 

 

E’ probabile che non tutti gli obiettivi che mi ero proposto, all’inizio siano stati raggiunti ma, certamente, il Monte Gebel resta una tappa fondamentale del mio percorso di uomo e di artista.

 

Salvo Cansone

 

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Prefazione

 

     Luigi Pirandello, nella sua mirabile prefazione ai suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”, diceva che egli aveva una servetta, di nome Fantasia, da lui definita “sveltissima e nuova sempre del mestiere, e da tanti anni al servizio della mia arte”, che gli portava in casa straordinari soggetti da trattare, dato che apparteneva agli scrittori “di natura non storica ma, filosofica”.

     A questo stesso genere di scrittori appartiene indubbiamente Salvo Cansone, dal momento che egli afferma, in un punto chiave della sua presente opera, che Vi sono uomini che leggono le stelle, altri che si intendono di geometrie, e altri che, pur avendo nel cuore la durezza, conoscono i nomi dei fiori. I loro corpi vibrano a causa delle molteplici tensioni.

Chi è questo epigono di Pirandello, che tiene anch’egli al suo servizio la servetta chiamata Fantasia? E’ un artista nato in Sicilia, in quella Lentini che non è solo terra di profumate arance, ma anche patria di filosofi, di poeti, e di Santi: di filosofi come Gorgia, che già nel V secolo a.C. faceva sbalordire gli Ateniesi, parlando a lungo del discorso giusto, e altrettanto a lungo del discorso ingiusto, e dimostrando falso quanto aveva precedentemente dimostrato vero; di poeti come Jacopo, citato perfino da Dante, e che invitava le donne a dare a lui il desiato amore con versi gentili e deliziosi: lo vostro amor, ch’è caro donatelo al Notaro ch’è nato da Lentino; e di santi,   come i tre fratelli guasconi Alfio, Filadelfo e Cirino, che proprio a Lentini affrontarono impavidi il martirio, e che lì si addormentarono sereni nel bacio del Signore, attendendo il suono dell’angelica tromba, che li farà risorgere splendidi di bellezza e fulgidi di santità.

     Ma Lentini è pure patria di guerrieri come Alàimo, uno dei tre eroi del Vespro siciliano, che guidò il suo popolo alla riscossa sanguinosa contro l’insolente oppressore; ed è pure la patria di architetti come Riccardo, il collaboratore insigne di quel grande imperatore che fu Federico II di Svevia, per il quale costruì i magnifici castelli di Catania e di Augusta, con torri e baluardi che hanno sfidato i secoli.

     Tutti questi elementi – la speculazione intellettiva di Gorgia, il senso poetico di Jacopo, l’ardore mistico dei tre Santi fratelli, il vigore guerriero di Alàimo e il genio costruttivo di Riccardo – alimentati e corroborati dalla servetta che Pirandello ha evidentemente ceduto al suo epigono, confluiscono nell’arte creativa di Salvo Cansone, e gli hanno fatto realizzare, d’impeto e di getto, questo poema epico e figurativo che è Il Monte Gebel.

     Come il magma infuocato che esce dai crateri dell’Etna –perché il monte Gebel altro non che l’Etna, che i siciliani chiamano proprio così, il Mongibello, cioè il monte dei monti; e un’antica poesia siciliana afferma che lu munti di li munti è Mungibeddu: la cima tocca lu celu stillatu, e quantu spinci supra lu liveddu, tantu scinni sutt’acqua smisuratu… (Mongibello è il monte dei monti – la cima tocca il cielo stellato – e quanto s’innalza sopra il livello del mare - altrettanto scende sott’acqua smisurato…) -sa trasformare e unificare i vari elementi chimici che lo compongono, così Cansone nel suo poema figurativo sa amalgamare e unificare tutte le estrosità della sua fantasia, tutti i colori della sua tavolozza, tutta la vitalità e la drammaticità della sua scultura, fervidamente fusi dalla sua vivacità isolana, che è ribollente ed incandescente proprio come la lava del suo vulcano, da cui il poema figurativo di Salvo Cansone prende il nome.

     Leggere Il Monte Gebel di questo artista siciliano trapiantatosi in Lombardia, dove il suo estro originale e personalissimo ha già trovato modo di affermarsi ampiamente, è come librarsi in un cielo terso e luminoso, sulle ali di un canto che sgorga da un cuore fervido e appassionato, e che ci porta in alto, verso l’eterno, in una sublimazione senza confini.

     Il paesaggio siciliano, che è di per se stesso suggestivo ed affascinante, come quel castello di Aci che, come dice l’autore, appare come una monolitica difesa conficcato sugli scogli davanti al blu del mare Jonio, qui diventa trasfigurato ed etereo.

Questa nuova opera di Salvo Cansone attinge spesso alle fonti della più estrosa fantasia, ed illumina di una luce soave la mente del lettore che si accosta alle parole, luminose come le figure che accompagnano il testo, mostrandoci una realtà siciliana che è ben diversa dai soliti e squallidi temi della mafia e della delinquenza, con i quali generalmente e superficialmente viene identificata la Sicilia.

     Un’opera nuova e interessante, dunque, questa di Cansone, di un’originalità coinvolgente e seducente, che rapisce ed incanta, e in cui la realtà si trasfigura nel sogno e nella fantasia, facendoci liberamente vagare per i sentieri dello spirito, con un caleidoscopio iridescente di sentimenti e di passioni, in cui la sostanziale sicilianità dell’autore (che non cade mai nel sicilianismo, o peggio nella sicilitudine), finisce per assurgere a connotazioni universali, legando la parola all’immagine e l’immagine alla parola, facendo vibrare tutto il nostro essere con molteplici tensioni, come suggestivamente dice l’autore.

     Un libro magico Il Monte Gebel, da cui alla fine si leva un canto di pace, un canto le cui parole, facciamo volentieri nostre, perchésarebbe bene che in tutte le piazze – si cantasse di guerre che non sono – e che fosse il solo canto di uomini giusti – a darci le immagini di nuovi eroi.

 

Santi Correnti

 

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